La proposta della Dia di riformare le interdittive antimafia non ci convince

In un’intervista rilasciata a lavialibera, il direttore della Direzione investigativa antimafia (Dia) Maurizio Vallone ha sostenuto la necessità di riformare lo strumento dell’interdittiva antimafia in vista del Recovery plan. 
Una proposta che non ci convince: le interdittive antimafia segnano sempre più un contributo decisivo nella lotta alla criminalità organizzata. 
Gli strumenti per intervenire a seconda delle situazioni già ci sono, le tutele per le aziende anche. Una modifica, ora, potrebbe essere giustificata solamente da un ulteriore aumento del livello di attenzione, in un momento storico in cui c'è massima allerta per evitare che aziende oggetto di infiltrazioni mafiose e strumento di riciclaggio accedano ai fondi europei del NextGenerationEu.
Perché la proposta della Dia non convince.
Innanzitutto, a sostegno della sua tesi Vallone cita i casi più scivolosi: aziende con centinaia di dipendenti che presentano al loro interno un paio di lavoratori parenti di mafiosi oppure piccoli imprenditori vittime di racket che denunciano. Ebbene, ci paiono questi due casi limite in cui l’interdittiva non dovrebbe proprio essere applicata. Vallone ha poi parlato della difficoltà di emettere un’interdittiva basata sulla mera percezione di contiguità tra impresa e mafia e di come questa non reggerebbe di fronte a un ricorso da parte dell’azienda. Ricorso che, prosegue il direttore, è quasi automatico e può durare da dieci mesi a due anni, fermando o rallentando i lavori. 
Eppure, la prefettura di Milano ha dichiarato in più di un’occasione che l’accoglimento dei provvedimenti interdittivi presso il Consiglio di Stato è prossimo al 100 per cento. Proprio come ricordato da lavialibera, 
Già nel 2014 ai tempi di Expo con la legge 190 del 2014 era stata introdotta la possibilità del commissariamento delle imprese, per poter terminare l’appalto qualora l’interdittiva fosse arrivata dopo l’aggiudicazione. 
Altro è il tema posto dalla Dia in riferimento alla possibilità di differenziare gli strumenti per aumentare l’efficacia totale del sistema, senza perdere di vista la gravità del fenomeno trattato. 
Vediamo con favore l’ipotesi di istituire un conto corrente ad hoc, controllato da un delegato del prefetto e dove far transitare tutte le entrate e le uscite relative all’appalto. Conto corrente che peraltro già esiste in applicazione della 136 del 13 agosto 2010 e quindi non sarebbe un aggravio per le imprese. Non siamo invece d’accordo con l’avvocato Costantino Visconti quando sostiene che “lo strumento è molto sbilanciato a favore della tutela dell’ordine pubblico a discapito del diritto alla libertà d’impresa”. Innanzitutto, l’obiettivo dell’interdittiva è proprio quello di tutelare la libertà d’impresa e la sana concorrenza tra aziende. 
Bisogna poi ricordare che diverse sono le possibilità per tutelare i diritti dell'azienda interdetta e gli appalti in essere. 
Al di là del ricorso agli organi giurisdizionali amministrativi (Tar e Consiglio di Stato), c'è la possibilità per le aziende di evidenziare fatti nuovi documentati, facendo venir meno le circostanze rilevanti e permettendo così alla prefettura di aggiornare l'informativa e, nel caso, revocare l'interdittiva. 
Qui il tema è semmai quello delle tempistiche relative all'aggiornamento dell'interdittiva: l’aggiornamento tempestivo, a fronte di operazioni di self cleaning aziendale, è l’ulteriore strumento in mano all’azienda per essere aiutata a liberarsi dai tentativi di infiltrazione mafiosa prima ancora di entrare in giudizio. 
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Le interdittive: uno strumento ad oggi imprescindibile “È ragionevole pensare che senza l’intervento del prefetto De Miro e delle sue interdittive, la penetrazione dell’imprenditoria mafiosa cutrese avrebbe finito con l’espandersi e occupare altri settori, fino all’elezione di sindaci ed esponenti politici”. Così i giudici Francesco Maria Caruso, Cristina Beretti e Andrea Rat si sono espressi nelle motivazioni della sentenza di primo grado, rito abbreviato, del processo Aemilia. Antonella De Miro, all’epoca prefetto di Reggio Emilia, aveva inflitto diverse interdittive antimafia a imprenditori ritenuti in rapporti con la 'ndrangheta contribuito così a fermare l’espansione della criminalità organizzata in quei territori e anticipando di fatto le risultanze del processo. Lucarelli: “Operazione Aemilia, quando mi stupii dello stupore” 
Le interdittive antimafia, sempre di più, segnano un contributo decisivo nella lotta alla mafia, un'arma letale. Preventiva, amministrativa. Proprio in questi giorni il prefetto di Lecco, Castrese De Rosa, ha emesso la 22esima interdittiva antimafia in due anni. La metà di questi provvedimenti è stata emessa negli ultimi sei mesi. 
I dati di Expo 2015 sono ancora impressi nella memoria degli addetti ai lavori: 97 interdittive antimafia relative a 67 imprese. Francesco Paolo Tronca, allora prefetto di Milano, stimò il valore dei contratti che rischiavano di andare alle aziende oggetto di tentativi di infiltrazione mafiosa: 200 milioni di euro. Per difetto e al netto delle indagini per corruzione. 
Da tutti fu indicato un modello di intervento di successo. L’efficacia di questo strumento è tanto acclarata da aver portato il Consiglio di Stato ad estenderne la portata nel febbraio 2017, stabilendo che le informative antimafia si applicano anche ai provvedimenti autorizzativi funzionali all’esercizio di un’attività imprenditoriale privata, senza alcun rapporto diretta con la Pubblica amministrazione. 
È per esempio il caso del controllo di una Segnalazione certificata di inizio attività (Scia) che dà avvio a un’attività di ristorazione o di un pubblico esercizio. La norma, quindi, non si applica più solamente a chi si aggiudica un appalto o ha in essere una concessione con la Pa, ma anche ai ristoranti, ai bar, a chi è sottoposto ai controlli di competenza. E ciò dà conto della consapevolezza che la mafia tende a infiltrarsi capillarmente in tutte le attività economiche. 
Un’efficace risposta dello Stato alla pervasività mafiosa rimarrebbe quantomeno lacunosa se la sua prevenzione non si estendesse al controllo e all’eventuale interdizione degli ambiti economici nei quali la mafia si fa, direttamente o indirettamente, imprenditrice. 
La stessa coordinatrice della Direzione distrettuale antimafia (Dda) milanese Alessandra Dolci, in una recente audizione alla Commissione comunale antimafia di Milano, ha sostenuto che, se utilizzate al meglio, le interdittive potrebbero eliminare gran parte del suo lavoro. 
Non bisogna aver paura di utilizzarle, quindi. Il controllo giudiziario delle aziende Nel Codice antimafia è stata introdotta la possibilità di applicazione del controllo giudiziario, previsto dall’articolo 34 bis, alle aziende che subiscono l'interdittiva. In buona sostanza le aziende colpite da interdittive, dopo aver presentato ricorso, possono presentarsi al tribunale e chiedere l’applicazione del controllo giudiziario volontario che, qualora venga concesso, sospende gli effetti dell’interdittiva. Il controllo giudiziario permette all’imprenditore di mantenere la gestione dell’azienda, va da uno a tre anni e prevede la nomina di un amministratore giudiziario con funzione di indirizzo e controllo. 
È un valido strumento in tutti quei casi in cui il condizionamento mafioso sull’impresa possa ritenersi occasionale poiché consente una sorta di “autodepurazione dalle infiltrazioni criminali” senza reciderne i rapporti con la Pa. 
È uno strumento eccezionale che sta dando risultati eccellenti in termini di vigilanza, bonifica e rilancio aziendale poiché è volto non solo a combattere ma soprattutto a prevenire le infiltrazioni mafiose nelle aziende. Un sostegno per l’imprenditore che sia marginalmente toccato dai clan e che individualmente, specie in realtà piccole e con economie deboli, non sia in grado di reagire alla criminalità. 
Per dimostrare l’efficacia del controllo giudiziario, anche se involontario e dunque prescrittivo, non possiamo non citare la vicenda che ha visto indagata per caporalato e sfruttamento dei riders la filiale italiana di Uber Eats, la piattaforma dedicata all’ordinazione e alla consegna del cibo. Dopo nemmeno un anno di controllo giudiziario, nel febbraio 2021 sono stati gli stessi amministratori giudiziari a esprimere soddisfazione per i risultati raggiunti con la collaborazione dei dirigenti di Uber, al punto che lo stesso Pm ha chiesto la revoca della misura. 
Perché, allora, le imprese ne fanno così poco ricorso volontariamente? Qualora venisse concesso, otterrebbero la sospensione dell’interdittiva e si attiverebbe un meccanismo perfettamente rodato e oleato perché già previsto dal Codice antimafia e già proficuamente utilizzato da diversi tribunali, che le aiuterebbe a risanarsi e ripulirsi. 
Gli strumenti vanno implementati, non riformati. 
La domanda a questo punto è: occorrono figure nuove, ibride, che richiederanno tempo per funzionare a pieno regime, con il rischio nel frattempo di allargare le maglie di misure nate proprio per contrastare e prevenire un fenomeno criminale eccezionale come quello mafioso? 
È necessario immaginare ulteriori modifiche di una normativa che già subisce i contraccolpi di periodiche rivisitazioni? 
Sarebbe sicuramente meglio rendere edotti gli imprenditori di quello che già possono chiedere se si trovano in difficoltà. E sarebbe ancora più opportuno rendere più snelli e meno farraginosi quegli istituti che già esistono ma che a causa della difficoltà di accesso spingono gli imprenditori più deboli nelle mani della criminalità organizzata. 
In tema di interdittive antimafia pensiamo non si debba avere timore. Provare il tentativo di infiltrazione mafiosa, avvalendosi di una certa discrezionalità, senza avere specifici indicatori da utilizzare, negando all’azienda la partecipazione a un appalto pubblico non è non cosa semplice. Il Consiglio di Stato sostiene l’iniziativa delle prefetture, la Corte costituzionale ha dato il benestare definitivo e ci sono già diversi strumenti in mano all’imprenditore per fugare gli effetti dell’interdittiva e farsi, anzi, aiutare dallo Stato.