Nuovo stadio a San Siro: quali armi ha il pubblico contro riciclaggio e infiltrazioni?

A fine ottobre il sindaco di Milano Giuseppe Sala ha incontrato Inter e Milan annunciando un accordo in merito al discusso intervento immobiliare. La stabilità economica e finanziaria delle due società e la loro titolarità effettiva rimangono però opache e riguardano paradisi fiscali. L’analisi di David Gentili

Da Altrecoinomia.it. Pubblicato il 2 novembre 2021.

“Questa mattina ho incontrato a Palazzo Marino i rappresentanti delle società F.C. Internazionale e A.C. Milan. Alle squadre ho rappresentato la posizione del Comune di Milano […]. Le due società si sono dichiarate d’accordo”. Inizia e finisce così il comunicato stampa del 29 ottobre scorso a firma del sindaco di Milano Giuseppe Sala in merito al nuovo stadio a San Siro. 

Le voci non si fermarono. Ora sono tornati in auge i sauditi che, con il fondo sovrano Public Investment Fund (Pif) in capo al sedicente principe Mohammed bin Salman Al Saud, pare stiano per fare una proposta a cui non si può dire di no. Pif nel calcio sta investendo. Recentemente, dopo mesi di trattativa, ha acquisito l’80% del Newcastle, nonostante Amnesty International abbia cercato di convincere la Premier League a respingere l’accordo, considerando le accuse fatte a Bin Salman per l’omicidio di Jamal Khashoggi e all’Arabia Saudita per la mancata tutela dei diritti umani. La Premier League ha comunque firmato. Per Milano potrebbe essere più imbarazzante. Staremo a vedere.

False cooperative e interessi mafiosi, la sfida dello Stato prosegue

Dopo la sospensione del Protocollo di legalità del 2013 tra governo e Alleanza delle cooperative italiane, mancano ancora linee guida che rendano efficace la normativa di contrasto della falsa cooperazione. Una spia si accende intanto sul fenomeno delle Srl semplificate. Mentre il “regolamento Sogemi” sull’ortomercato milanese è un modello. L’analisi di David Gentili e Ilaria Ramoni.

da Altreconomia del 20 Settembre 2021

“Milano, le mani della ‘ndrangheta sui servizi di pulizie”. S’intitola così il bell’articolo di Nicola Palma su Il Giorno del 3 agosto scorso. Riprende un’indagine della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria (16 arresti). L’azienda in questione è una cooperativa: la “Helios” di Milano, con sede legale via Caretta 3. Nel suo sito si trova di tutto: codice etico, modelli operativi 231/2001, certificazioni ISO, persino il rating di legalità, conferitole a maggio 2021 dall’Autorità garante della concorrenza e del mercato.

Per la “Helios” scatterà l’amministrazione giudiziaria, la sfida dello Stato alla mafia prosegue. Dopo gli arresti della Dda di Reggio Calabria e il sequestro, ora si parla della sopravvivenza della cooperativa, della sua seconda vita. Deve rimanere sul mercato proseguire a offrire lavoro nello spirito cooperativistico, saldamente in mano ai soci lavoratori. Il ruolo dell’amministratore giudiziario sarà fondamentale. Accanto a lui, Confcooperative e Legacoop possono offrire il loro preziosissimo contributo.

Nel Documento d’intesa per la gestione e lo sviluppo dei beni e delle aziende sequestrate e confiscate, promosso dal presidente della Sezione misure di prevenzione del Tribunale di Milano e firmato da diversi attori il 18 ottobre 2018 (nell’addendum), sono indicati gli impegni del mondo cooperativo. Il secondo punto fa proprio al caso nostro: “Promuovere, attraverso le imprese cooperative associate, l’azione di supporto per il consolidamento e lo sviluppo imprenditoriale delle aziende sequestrate/confiscate e delle cooperative che gestiscono beni e aziende sequestrati/e e confiscati/e con il tutoraggio e il trasferimento di know how“.

Ma questo viene dopo, dopo gli arresti e i sequestri. Ma prima? Quante cooperative sono uno strumento in mano alle mafie? Quante false aziende stanno nel mercato e lo drogano, lo falsano e danneggiano chi alla cooperazione ci crede veramente? Ancora è impressa nella mente l’immagine ramificata della struttura “societaria” della “29 Giugno”, cooperativa sociale tristemente famosa per essere al centro dell’inchiesta Terra di Mezzo (o “Mafia Capitale”) con i 37 arresti del 2 dicembre 2014. Rimasto indelebilmente nei nostri ricordi come il processo alla cooperazione malsana, corruttrice dei potenti. Nell’albero societario della “holding”, con a capo una cooperativa figuravano sei Srl, due consorzi, un’immobiliare, una cooperativa sociale, un CAF.

Nella stessa inchiesta un’altra cooperativa -“La Cascina soc. coop.”- subì un’interdittiva, revocata con l’arrivo nel settembre 2015 dell’amministrazione giudiziaria. Nel 2013 aveva preso in gestione i bar Nannini di Siena: il “Conca d’Oro”, il “Nannini Toselli” e il “Nannini Massetana”.

Un anno prima degli arresti di Salvatore Buzzi e Massimo Carminati, il 14 novembre 2013, viene sottoscritto il Protocollo di legalità, tra governo (ministro Alfano, Governo Letta) e l’Alleanza delle cooperative italiane (Aci), per il potenziamento dell’azione di prevenzione delle infiltrazioni della criminalità nell’economia legale.


Gli impegni stabiliti dal protocollo di legalità si applicavano ai contratti sia pubblici sia privati per lavori, servizi e forniture. È questa la grande innovazione prodotta dal testo. La cooperativa si impegnava a rispettare una serie di obblighi primo fra tutti quello di sottoporsi all’accertamento antimafia, eccezion fatta se fosse già iscritta nelle “white list” delle prefetture. Non si parla solamente di comunicazione antimafia, ma della più efficace e terribile informativa antimafia che blocca quelle realtà che stiano subendo o sostenendo dall’interno tentativi di infiltrazione mafiosa. L’informativa la emette la prefettura e si basa sull’analisi dei profili dei vertici (rappresentanti legali, amministratori e direttori generali, direttore tecnico), ma anche dall’accesso all’elenco dei soci e dei dipendenti, valutando precedenti penali, ma anche sui legami parentali e sulle frequentazioni.

Gli obblighi e gli impegni antimafia si riverberavano, a cascata, anche sulla cosiddetta “vendor list”, il ciclo passivo dell’impresa, prevedendo nel testo del contratto clausole risolutive per le ipotesi di sopravvenuta adozione da parte della prefettura di una comunicazione antimafia ostativa e/o di un’informazione antimafia interdittiva. Peccato che il Protocollo non venisse applicato dappertutto. A Milano la prefettura non si attiva, a Mantova e a Cosenza sì. Un manto a macchia di leopardo che è dipeso dall’insindacabile atteggiamento delle singole realtà territoriali, diretta emanazione del ministero dell’Interno.

La sentenza del Consiglio di Stato n. 250/2020, secondo la quale i protocolli già siglati dal ministero dell’Interno, volti a estendere l’applicazione della disciplina delle verifiche antimafia anche ai rapporti tra privati, debbano considerarsi illegittimi, blocca tutto. Una doccia fredda. Il Protocollo di legalità sottoscritto dall’Aci (Confcooperative, Legacoop e AGCI) viene sospeso, anche ai fini dell’attribuzione del rating di legalità.

Nelle more del rinnovo -e cioè dopo la bocciatura del Consiglio di Stato e prima della riscrittura del Protocollo- è intervenuto l’art. 3, cc. 7 e ss., D.L 76/2020, convertito nella L n. 120/2020 (Governo Conte II), che, di fatto, “disciplina gli effetti dei protocolli, superando i rilievi della giurisprudenza amministrativa”. Così viene scritto sul sito di Aci. “La novella modifica il Codice antimafia introducendo un nuovo articolo secondo cui i protocolli di legalità possono essere sottoscritti dal ministero dell’Interno, oltre che con i soggetti istituzionali, con le associazioni maggiormente rappresentative a livello nazionale di categorie produttive, economiche o imprenditoriali; possono prevedere modalità per il rilascio della documentazione antimafia anche su richiesta di soggetti privati”.